             |
Come rimbalza
oggi la lezione di Lonzi
Ida Dominijanni, 11 dicembre 2010 (Alias)
Circolano nell'aria, in
tema di femminismo e rapporto fra donne e uomini, strani ritorni. Una
riproposizione del nome "questione femminile ", che il femminismo aveva
archiviato, all'interno di un discorso massmediatico che invece archivia
il femminismo. Una insistenza ottusa sulla soluzione paritaria - più
donne, purché siano donne, nei parlamenti e in tutti i posti di comando
- di una misoginia che ha già dimostrato di sapersi avvalere non
dell'esclusione e della discriminazione ma della cooptazione e della
promozione delle donne, purché siano donne che piacciono agli uomini.
Una rivendicazione automatica di diritti in risposta a una umiliazione
del corpo e della mente femminile che non ha a che fare con la giustizia
sociale ma con l'immaginario sessuale, con la mercificazione delle
relazioni, con l'uso, per dirla alla Zizek, del godimento come fattore
politico. E poi ancora una accademizzazione del discorso femminista,
inteso non più come un taglio nella tradizione mainstream ma come un
contributo alla sua vivificazione. O ancora, una liquefazione della
critica femminista dentro un ritrovato pensiero del comune. Eccetera. La
ripubblicazione degli scritti di Carla Lonzi, intrapresa un anno fa
dalla casa editrice et al., arriva come un potente antidoto a tutto
questo. C'è in Lonzi la radice del femminismo italiano, una radice che
alla rilettura dei suoi testi si mostra non come origine incastonata nei
gloriosi Sessanta- Settanta, ma come radicalità attiva, o da riattivare,
nella lettura del presente: una qualità che è propria solo di quei pochi
e quelle poche che sanno pensare così in profondità la contingenza in
cui vivono da estrarne un senso che le sopravvive, e dà i suoi frutti
migliori nel tempo lungo. Non è questo che dovrebbero fare, e quasi
sempre non sanno fare, i filosofi di professione? Carla Lonzi di
professione non era filosofa ma lo sapeva fare: estraeva concetti,
duraturi, dall'esperienza, contingente. Bisogna dirlo e sottolinearlo,
per quanti ancora si ostinano a deplorare nella pratica femminista del
"partire da sé" un vizio di "soggettivismo" senza riuscire a vederne la
carica di realismo. Prendiamo Sputiamo su Hegel, il primo dei testi
ripubblicati da et al., che fin nel titolo irriverente restituisce
l'ambizione del discorso di Lonzi, puntando dritto al vertice della
tradizione filosofica occidentale per dimostrare che cosa essa tace o
misinterpreta o distorce della differenza sessuale. La mira è doppia,
sulla logica della dialettica hegeliana e sull'indebita estensione,
operata non da Hegel ma da Marx e soprattutto dal marxismo, di quella
logica al rapporto uomo donna,cui invece, sostiene Lonzi, "non si
addice". C'è in questo breve e densissimo testo tutto il nocciolo della
teoria della differenza sessuale - differenza costitutiva dell'umano,
che non trova e non cerca "superamento" né nel progetto egualitario di
assimilazione delle donne "a un mondo pensato da altri", né in un
progetto rivoluzionario di ribaltamento del rapporto di dominio fra i
sessi -, ma c'è altresì il respiro pulsante di una pratica di pensiero
dell'esperienza senza la quale un azzardo teorico così spinto non
potrebbe prodursi. Vale la pena di riportare i passaggi chiave del
ragionamento: "Per uguaglianza della donna si intende il suo diritto a
partecipare alla gestione del potere mediante il riconoscimento che essa
possiede capacità uguali a quelle dell'uomo. Ma il chiarimento che
l'esperienza femminile più genuina ha portato in questi anni sta in un
processo di svalutazione globale del mondo maschile. Ci siamo accorte
che sul piano della gestione del potere non occorrono delle capacità ma
una particolare forma di alienazione molto efficace. Il porsi della
donna non implica la partecipazione al potere maschile, ma una messa in
questione del concetto di potere". Aggiunge Lonzi che "è per sventare
questo possibile attentato" femminile al concetto stesso del potere "che
oggi ci viene riconosciuto l'inserimento a titolo di uguaglianza",
fornendoci così una chiave per misurare l'alterazione del paesaggio che
è intervenuta nel frattempo. Forse, se l'ingiunzione egualitaria è
diventata così normativa e così pressante, è anche perché
quell'attentato femminile è almeno in parte riuscito.
|
|