Un luogo creato dalle donne per le donne


DOVE SIAMO

La notte te lu mese mortu,
se lu chientu fiata a nie,
nfacce la rapa te lu stortu
su lla strata te le litanie *
(Sabba delle Sciare)

* La notte del mese morto, se il vento soffia a neve,
vicino al tronco dello storto sulla strada delle preghiere
.

 Il Salento. Il sole, il mare, il vento.
         
L’estremo sud della penisola pugliese è un lembo di terra che ha origini antichissime [1]. Il Salento è da molti secoli un luogo di incontro tra razze diverse, un centro di interessi commerciali e un punto di scambio fra la cultura orientale e quella occidentale. Il Salento era per i latini la terra del sole, mentre pare che in messapico significasse mare.
             La penisola salentina (poco meno di 6.000 chilometri quadrati e più di 150 chilometri di coste) si protende tra l’Adriatico e lo Ionio verso sud est e corrisponde al territorio della provincia di Lecce e a parte di quelli delle province di Taranto e di Brindisi. Si estende dalla cosiddetta soglia messapica [2] - le ultime ondulazioni delle Murge – fino al capo Santa Maria di Leuca, tra il Golfo di Taranto sul mar Ionio e il canale d’Otranto sull’Adriatico, con il santuario de Finibus Terrae, edificato probabilmente sui resti di un antico tempio dedicato a Minerva.
              Il Salento è caratterizzato da un paesaggio tipicamente carsico, con un modesto sviluppo dell’idrografia superficiale, senza corsi d’acqua né laghi, benché esistano alcune zone umide ad Otranto – i laghi Alimini – e nel comune di Vernole con le Cesine. Invece particolarmente intricata è la strutturazione del sottosuolo, con una grande diffusione di doline, grotte e cavità sotterranee. Spesso in prossimità della costa si aprono delle grotte, vere meraviglie dove le concrezioni calcaree hanno creato monumenti mozzafiato.
              La struttura produttiva non è imponente, si impernia sull’agricoltura e sui servizi. Notevole è la produzione di olio e particolarmente pregiati sono i vini.
              Il settore industriale ha conosciuto negli anni novanta uno sviluppo non sempre positivo specialmente nel settore del tessile, dell’abbigliamento e delle calzature. I servizi ruotano attorno al turismo – che in virtù delle bellezze naturali, paesaggistiche, storiche e culturali potrebbe presentare interessanti tassi di sviluppo e notevoli prospettive.
              La popolazione salentina è di circa 1.540.000 tra donne, uomini, bambine e bambini, ed è distribuita in 97 comuni, per lo più di modeste dimensioni. Molto frammentata è la realtà sud orientale, dove esistono un gran numero di comuni piuttosto vicini e di piccole dimensioni, Nella parte ionica i comuni hanno dimensioni medie.
             I principali centri sono Taranto, Brindisi e Gallipoli sulla costa. Lecce, Mesagne, Francavilla Fontana, Manduria, Copertino, Nardò, Galatone, Galatina e Maglie nell’interno.

 Tra san Cataldo e Otranto
         
Percorrendo da san Cataldo la strada provinciale 366 (la litoranea che appunto da san Cataldo porta a Otranto e viceversa), al chilometro 11 e 760 metri - tra Torre Specchia Ruggeri e san Foca – ecco il cancello, con intagliati un sole e una luna, della Masseria Le Sciare.
               Si può arrivare in automobile, com’è ovvio [3]. E poi. In treno, a Lecce – e in aereo, a Brindisi. Dall’aeroporto Papola Casale di Brindisi, una navetta porta al Terminal di Lecce centro (tempo del viaggio circa un’ora).
               Da Lecce, durante il periodo estivo, ci sono autobus che percorrono anche la costa Adriatica e fermano nei pressi delle Sciare (tempo di viaggio circa mezz’ora).
               Noi in ogni modo e in tutte le stagioni abbiamo la possibilità di darvi un servizio, da concordare in anticipo, che vi riceve in aeroporto, o in stazione, e vi accompagna alla Masseria

                

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NOTE

1 ]
C’era una volta…
Le prime tracce della regione risalgono al Triassico, era Mesozoica (248-213 milioni di anni fa): è l’era in cui c’è una rapida propagazione dei rettili, e compaiono i primi mammiferi. Dalla sedimentazione delle acque di Tetide – il grande golfo marino che si incuneava da est a ovest separando i due paleocontinenti Eurasia e Africa – si originarono le rocce che costituiranno il basamento delle Puglie. Dalle fratture che spesso si aprivano, fuoriuscivano magmi che solidificando hanno lasciato importanti tracce nel Mediterraneo (per esempio l’affioramento roccioso di Punta Pietre Nere, in provincia di Foggia). Durante il Giurassico e il Cretaceo, nel bacino di Tetide vanno accumulandosi strati di sedimenti che in seguito si trasformeranno in rocce compatte, con la formazione di calcari che determineranno il basamento della regione, lungo 250 chilometri e largo 50. Sul finire del Cretaceo, lo scontro della zolla africana con quella eurasiatica provoca l’emersione delle rocce italiche e della futura Puglia. Gli elementi che agiranno su queste rocce (pioggia, vento, ghiaccio), daranno vita ai primi fenomeni carsici. Nel Terziario si verificano diverse ingressioni e regressioni di acque che nel Miocene (da 23,8 a 5,3 milioni di anni fa) vedranno il passaggio in Puglia delle specie transadriatiche. Sempre nel Terziario si originano rocce sedimentarie come quelle Eoceniche delle Tremiti, del Capo di Santa Maria di Leuca e del Gargano, e quelle Mioceniche del Lago di Varano, di Apricena, e della pietra leccese. A partire dal Pleocene (da 5,3 a 1,8 milioni di anni fa) comincia una fase di sollevamento tettonico, con la formazione dell’Appennino, ma soltanto nel Pleistocene (da 1,8 milioni a 8.000 anni fa) si avrà il sollevamento definitivo della regione, con le prime incisioni delle rocce da parte dell’acqua meteorica, e con la formazione di lame e gravine. E le cinque grandi glaciazioni imprimeranno le caratteristiche peculiari della vegetazione e della fauna.

Preistoria
Stabilire date storiche sicure circa la presenza umana sulla Penisola Salentina (nota anche come il Tacco d’Italia) è difficile, perché le testimonianze e le fonti scritte pervenuteci dal passato sono esigue. Sappiamo però, dagli strumenti di selce e calcare rinvenute in alcune caverne del Capo di Leuca, che gli uomini e le donne cominciarono ad abitare già circa 80.000 anni fa nelle grotte di origine naturale sparse sul territorio del Salento. Doveva trattarsi dunque di uomini e donne di Neanderthal, cui si sostituirono circa 35.000 anni fa i e le Sapiens Sapiens, che avevano tecnologie più avanzate e l’abitudine a vivere in gruppi sociali più articolati. La Grotta delle Veneri di Parabita ha restituito due statuine in osso che testimoniano la presenza di un culto della fertilità e si fanno risalire a circa 18.000-25.000 anni fa: la Dea Madre raffigurata in questi manufatti presenta i caratteri sessuali – seni e ventre – molto pronunciati. Da qui, Veneri, A Ostuni è stata ritrovata Delia, la più antica madre che si conosca, giacché conserva in grembo i resti di un feto in fase terminale e risale a circa 25.000 anni fa.     Un ritrovamento di eccezionale importanza, visto che si tratta degli unici consanguinei noti del Paleolitico e dell’intera preistoria umana. Il Paleolitico e il Neolitico sono ulteriormente documentati da graffiti, pitture, manufatti, resti umani e faunistici conservati, anche in questo caso, nelle numerose grotte che punteggiano la Penisola. Degni di nota sono anche i cicli pittorici e le incisioni della Grotta Romanelli a Castro e della Grotta dei Cervi a Porto Badisco, cicli che hanno fornito notizie importanti per decifrare la complessa sacralità dei luoghi e la spiritualità di quelle genti primitive. L’attuale terzo millennio si è aperto simbolicamente con una scoperta sensazionale. Nel febbraio 2001 è stata ritrovata a Carpignano Salentino una sepoltura neolitica unica nel suo genere: la prima tomba a grotticella del tardo Neolitico rinvenuta intatta in Italia Meridionale.

La civiltà messapica
I Messapi o Popolo dei Due mari, con riferimento all’Adriatico e allo Ionio, erano un’antica popolazione provenienti dalla Illiria, la zona posta fra le attuali Albania, Montenegro e Dalmazia. I Messapi iniziarono la loro penetrazione nella penisola salentina intorno al 900 a.C. giungendo poi a fondare importanti centri agricoli e pastorali come Rudiae, Cavallino, Vaste, e attivissimi centri sulla costa come Roca Vecchia, Ugento e Otranto. Nei successivi due secoli gli insediamenti sono caratterizzati da capanne destinate a nuclei famigliari allargati, con murature di elevazione in materiali deperibili e coperture con frasche. A partire dal VII secolo a.C. i Messapi strinsero rapporti con le popolazioni vicine, come provano i numerosi frammenti di vasellame greco trovati negli scavi di Otranto. Il periodo di maggiore vitalità della civiltà messapica è fra il VI e il V secolo prima di Cristo. E’ possibile infatti ascrivere a quell’arco temporale alcune importanti innovazioni: la comparsa della scrittura, che utilizza l’alfabeto greco; le pratiche rituali e religiose, anch’esse con molte affinità con la cultura ellenica. E le capanne dell’Età del Ferro sono sostituite da abitazioni a più ambienti, organizzate attorno ad un cortile, con muri di pietra e copertura con tegole. Seguirà poi una fase di stasi e di crisi, a causa del conflitto con la potente Taranto. Il periodo più ampiamente documentato, grazie agli oggetti e alle monumentali vestigia giunte fino a noi, è quello fra il quarto e il terzo secolo avanti Cristo. Gli insediamenti preesistenti – Rudiae e Muro Leccese - si allargano molto, favorendo la nascita di piccoli nuclei insediativi per un  più profondo sfruttamento del territorio, legato a innovazioni in ambito agricolo. Poi però arrivano i Romani. Dopo la conquista dell’ellenica Taranto nel 272 a.C. e la presa di Brindisi nel 267 a.C., i Romani procedono alla sistematica conquista e sottomissione del Salento Messapico. Nel 266 cade anche Rudiae, immediatamente romanizzata. E i secolari rapporti fra i Messapi e l’Italia magno greca furono sconvolti e poi cancellati.

L’epoca Bizantina
Dopo la caduta dell’impero romano d’Occidente (476 d.C.) l’Italia è percorsa da popolazioni barbare che inizialmente saccheggiano, depredano, distruggono e uccidono, per poi insediarsi e cercar di ricucire lo strappo con le popolazioni locali. Le guerre greco-gotiche, combattute fra il 533 e il 553 dai Bizantini contro i Goti per volere dell’imperatore Giustiniano intenzionato a riunire l’impero romano sotto l’egida di Costantinopoli, piegano nuovamente l’Italia che si presenta perciò impotente all’invasione e all’insediamento dei Longobardi. I Bizantini conservano vasti possedimenti, fra i quali l’Esarcato di Ravenna e la Puglia, che saranno fortemente grecizzati per impedire ulteriori espansioni degli invasori. Provincia a tutti gli effetti dell’Impero Bizantino, ancora oggi la Puglia reca indelebili le tracce che questa dominazione ha lasciate: nelle numerose cripte, nelle chiesette sfuggite all’usura del tempo e soprattutto nel griko, l’idioma sorprendentemente affine al greco moderno che ancora si parla nella sacca geografica denominata Grecìa Salentina. Nel corso del VII e dell’VIII secolo l’intraprendenza di grandi imperatori come Eraclio e Leone III l’Isaurico, se da un lato causò un rafforzamento delle “province italiane” dall’altro fu all’origine di migrazioni che portarono in Italia, in particolare in Puglia e Calabria, molti monaci in fuga dall’iconoclastia. Il dominio greco raggiunse l’apice nel corso del IX-X secolo, il periodo d’oro di Bisanzio: furono fondati nuovi monasteri di rito basiliano, rifiorirono le arti e migliorò anche l’amministrazione della cosa pubblica. Nel frattempo la situazione nel resto d’Italia era di nuovo mutata e i papi di Roma, non tollerando la presenza dell’eresia del rito greco sul territorio nazionale, inviarono i Normanni con la promessa di riconoscerli signori delle terre sottratte ai Bizantini.  Vinte le resistenze, nel 1071 i Normanni presero possesso dell’Italia meridionale, conservando però la brillante cultura dei vinti. Che sarebbe sopravvissuta, ricevendo linfa vitale dai profughi della caduta di Costantinopoli (1453).

I Normanni
La seconda metà del Mille vede dunque i Normanni, che erano dilagati disordinatamente in Italia inserendosi come mercenari nelle lotte tra principati, stabilizzare le loro conquiste nel sud. Nelle terre sottomesse, i Normanni ereditarono una variegata polifonia culturale dovuta all’illustre cultura bizantina e araba. La conquista normanna coincise con la diffusione dell’affascinante cultura romanica, che risultò arricchita dalle componenti preesistenti. Il monachesimo benedettino fu in prima fila nell’opera di latinizzazione dei territori che subivano l'influenza del patriarcato di Costantinopoli. Una politica lungimirante impedì ai Normanni di scatenare repressioni nei confronti della chiesa greca, che assistette alla pacifica ingerenza della chiesa romana. Il Salento visse in prima persona questo periodo di rinascita, visto che uno dei suoi figli, Tancredi conte di Lecce, era nipote del grande Ruggero II e quindi resse gli ultimi anni della dinastia normanna come re delle Due Sicilie. A Tancredi si deve la commissione della chiesa dei santi Niccolò e Cataldo, che insieme al complesso di santa Maria di Cerrate e alla cattedrale di Otranto testimonia la vitalità della cultura normanna e la ripresa delle arti dopo decenni di lotte. La connessione tra Oriente e Occidente è riscontrabile in tutti questi edifici: nella splendida chiesa di Cerrate, l’impianto è ascrivibile alla cultura benedettina ma il ciclo di affreschi risente della più pura influenza bizantina.

Il periodo saraceno
Con il lento disfacimento dell’Impero Bizantino e l’incapacità dell’Europa Occidentale di risolvere le laceranti questioni politiche e religiose interne, la componente islamica trova modo di diffondersi con un’intraprendenza e una velocità sbalorditive. Risalita nell’VIII secolo la penisola iberica, dopo essere partiti dal Medio Oriente e aver conquistato l’Africa settentrionale, i musulmani o saraceni tentano una manovra militare a tenaglia per stringere l’intero bacino del Mediterraneo. A ciò si aggiungono continue azioni di disturbo condotte contro le città costiere e le navi che solcano il mare. Il IX secolo registra una serie di azioni in grande stile che portano i saraceni ad insediarsi addirittura sul territorio cristiano: nell’840 Taranto diventa un importante avamposto per le scorrerie sullo Ionio, nell’847 Bari diventa una vera città islamica che commercia con le altre città adriatiche, ma è al tempo stesso una testa di ponte per le razzie nell’entroterra italiano, in particolare ai danni di Benevento e Salerno. Nel X secolo i bizantini danno vita ad una campagna militare su vasta scala che riconquista alcuni territori, ma il dominio sul mare è ormai compromesso. Le cronache raccolte nei secoli testimoniano del terrore suscitato dai saraceni su tutto il territorio salentino: saccheggi e rapine per terra e per mare; migliaia i giovani rapiti e venduti come schiavi; raccolti distrutti e depredati. Con la caduta di Costantinopoli (1453) i saraceni attuano il salto di qualità e alle azioni di pirateria si accompagnano tentativi di conquiste militari, fortunosamente respinti grazie al coraggio delle genti salentine. Il 28 luglio del 1480 però appare al largo di Otranto una flotta di 150 navi e 18.000 uomini, una forza troppo grande anche per l’intrepida città. Sotto la guida del sanguinario Achmet Pashà i saraceni ingaggiano una lotta terribile, che li condurrà l’11 agosto all’ingresso della città – che sarà  testimone di orribili nefandezze: come l’eccidio degli 800 uomini, decapitati per non aver abbracciato la fede islamica, i cui resti sono conservati nella cattedrale della città. L’anno seguente i signori italiani, resisi conto del grave pericolo, appoggiano il duca di Calabria Alfonso Ferdinando d’Aragona che libera Otranto, poi fortificata per impedire futuri attacchi. Nel 1537 è la volta di Castro, e dieci anni dopo tocca a Salve, ma il sistema di difesa (torri, castelli e masserie fortificate) funziona, e i saraceni si devono accontentare di saccheggiare e distruggere piccoli centri costieri. La loro flotta da guerra e da corsa rimarrà però una costante minaccia per i commerci e le attività marinare sul Mediterraneo fino alla battaglia di Lepanto, che nel 1571 ridimensiona la presenza ottomana nel Mediterraneo. I turchi da quel momento si limiteranno a scaramucce, azioni piratesche e rapine, che in ogni modo terranno in costante apprensione le popolazioni salentine fino al 1700.

Gli spagnoli
L’ingresso degli Aragona di Spagna nella storia dell’Italia meridionale si lega alle tormentate vicende della successione angioina sul trono di Napoli. Sin dal Trecento la dinastia degli Angiò, che aveva scacciato gli Svevi, versava in condizioni non facili a causa delle lotte interne ai tre rami in cui il casato era diviso: Durazzo, Taranto, d’Ungheria. In queste vicende molto complesse era stato tirato in ballo anche il re Alfonso V d’Aragona detto Il Magnanimo, che aveva ereditato dal padre la Sicilia e che riuscì a conquistare il regno di Napoli con una strategia molto audace. Dopo aver stretto rapporti diplomatici con i più potenti signori italiani, il Magnanimo vinse infatti sui contendenti al trono e nel febbraio 1443 entrò trionfalmente nella città partenopea, ricostituendo così l’unità del Regno di Sicilia. Dopo un secolo di aspre lotte interne, Napoli tornava ad essere una capitale degna del proprio titolo: rifiorirono le arti e il mecenatismo, tanto da farne un centro del Rinascimento, furono emanate riforme e fu incoraggiata la ripresa economica per limitare il potere dell’aristocrazia terriera. La quale comunque ordirà nel 1485 la sanguinosa Congiura dei Baroni. L’opera di rinnovamento fu portata avanti anche dal figlio del Magnanimo, re Ferrante. Dopo aver sconfitti i baroni, combattuto contro i signori italiani e risolta la spinosa questione della presa di Otranto da parte dei turchi, Ferrante promosse i primi interventi di difesa del territorio. Anche in Salento. Il Salento è infatti punteggiato dai castelli aragonesi, che presentano un impianto standard di possenti torri circolari con spesse murature e base scarpata. Nel corso del XVI secolo diventa imperatore Carlo V di Asburgo, che riunisce tutti i rami imparentati con la casa regnante spagnola, compresi gli aragonesi di Napoli. Si apre un periodo di grande splendore per il Mezzogiorno e per il Salento: importanti riforme aprono la strada ad un miglioramento delle condizioni di vita e ad una maggiore produzione agricola (ne sono testimonianza le numerose masserie risalenti a quel periodo); il territorio è reso più sicuro grazie alla realizzazione di nuove strutture difensive per prevenire e sconfiggere il terrore che viene dal mare. Le successive dominazioni spagnole e borboniche ridussero tuttavia la Terra d'Otranto ad una regione anche politicamente periferica, fatta salva la fiorente attività artistica, fra XVI e XVIII secolo, che ha fatto di Lecce uno dei centri più importanti del barocco. Ma ormai era cominciata la lunga e lenta decadenza della penisola salentina.

L’Italia
Dopo l'Unità d'Italia, con la legge del 20 marzo 1865, fu costituita la 56° circoscrizione statale, originariamente comprendente tutte e tre le attuali province salentine, con Lecce capitale e sede dell’ufficio di Prefettura e Tribunale competente su tutta la vecchia "Terra d'Otranto". Con l’avvento del fascismo furono istituite le nuove province, quella di Taranto nel 1923, quella di Brindisi nel 1927. E si iniziò il processo di bonifica e di lotta alla malaria che infettava dal medioevo tutta la pianura salentina.
 

[2] La soglia messapica è la depressione carsica che corre lungo la linea sud-ovest/nord-est attraverso la città di Taranto sul mar Ionio, e lambisce i comuni di Taranto, Ceglie Messapica e Ostuni fino al mar Adriatico, precisamente al Pilone, marina della Città Bianca. La soglia messapica è considerata il confine geografico che separa il Salento dalla Valle d’Itria.


[3]Arrivando da nord si percorre l’autostrada del sole fino a Bari, poi la superstrada verso Lecce. Poco prima di entrare in Lecce, quando già si vedono le prime costruzioni, si incontrano le tangenziali della città: una, la ovest, va verso santa Maria di Leuca; la seconda, la est, va verso Otranto. Si prende la est, e si esce all’uscita 8B – che porta l’indicazione Litoranea. Si percorre la strada per una decina di chilometri, fino ad arrivare ad un semaforo dove si può andare soltanto a destra o a sinistra. Si va a destra, e da quel momento ci si trova sulla provinciale 366. Lì, si è al chilometro due. Si procede fino al chilometro 11 e 760 metri, fino al cancello della Masseria Le Sciare.
Arrivando da sud seguire le indicazioni per san Cataldo, ci si troverà sulla provinciale 366.