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Godimento
senza legge, norma senza desiderio
Ida Dominijanni, 12 Dicembre 2010 (il
manifesto)
E' davvero un dono del
caso (o dell'inconscio?) che il cambio di passo nell'analisi della
società italiana suggerito dal recente rapporto Censis sulla scia del
lavoro di Massimo Recalcati sia giunto nel pieno di una crisi politica
che appare a tutti, quale che sia l'esito del voto del 14, di così ardua
soluzione. Questa felice coincidenza, della quale bisogna essere grati a
Giuseppe De Rita, serve in primo luogo a ricordarci una cosa che la
politica istituzionale tende invece ostinatamente a dimenticare, questa:
il berlusconismo è stato ed è una dimensione del rapporto di potere fra
Capo e popolo che non passa solo né prioritariamente attraverso i
dispositivi tradizionali della sovranità politica, ma tocca corde
antropologiche e psichiche profonde - e tuttavia non misteriose, né
inconoscibili -, delle quali è urgente cominciare a discutere se
vogliamo provare a immaginare davvero una fuoriuscita dall'ultimo
ventennio. Detto in altri termini, e dal rovescio: del berlusconismo (e
quale che sia l'esito del voto del 14) non ci libereremo soltanto in
forza di una manovra politica, per la buona ragione che il berlusconismo
è precisamente una eccedenza dalla sintassi politica tradizionale alla
quale non si lascia ridurre né ricondurre (lo sa bene il Cavaliere,
quando giura che non si lascerà piegare dalle "manovre di Palazzo"). Di
che cosa sia fatta questa eccedenza, e come trattarla politicamente, è
la questione a cui dare risposta.
Il lessico politico
tradizionale non ce la fa, e nemmeno, dice De Rita, quello sociologico,
da cui il suo ricorso alla letteratura psicoanalitica (il manifesto
8/12). Finalmente, verrebbe da dire, ma a una condizione: che questo non
serva a fornire alla politica l'ennesimo alibi per risospingere
nell'ambito individuale quella che è invece una sintomatologia
dell'epoca. Il vantaggio del discorso di Recalcati, che qui devo dare
per noto (cfr. il manifesto del 7/12), sta precisamente nel porre al
centro una questione - il rapporto fra desiderio e Legge - che è
dell'ordine simbolico, e dunque in primo luogo riguarda parimenti
l'individuale, il sociale e il politico, in secondo luogo ci interpella
tutti, ad sopra - o al di sotto - dei campi d'appartenenza ideologici: è
uno di quei nodi, direbbe uno studioso del populismo come Ernesto Laclau,
sui quali si gioca la lotta per l'egemonia nella costruzione del
soggetto politico. E' chiaro dall'analisi di Recalcati come il
berlusconismo, in linea con "il discorso del capitalista" neoliberista,
abbia interpretato questo nodo e vinto questa lotta: sostituendo alla
dialettica fra desiderio e legge l'ingiunzione al godimento immediato e
al consumo compulsivo dell'oggetto (cose e corpi, femminili in primo
luogo, ridotti a cose). Ma è anche vero, come ha ricordato nella sua
lettera dell'8/12 Francesco Mereghetti, che questa lotta ha conosciuto
altre stagioni, altri soggetti e altri posizionamenti - il Sessantotto,
i movimenti di liberazione sessuale, e differentemente, aggiungo io, il
femminismo - che hanno interpretato e "sovvertito" il rapporto fra
desiderio e Legge in tutt'altri termini, non in linea ma in rotta di
collisione con "il discorso del capitalista". Ricostruire come da quella
stagione si sia passati al successivo rovesciamento
berlusconian-liberista della questione è uno dei compiti che avremmo da
svolgere, senza imputare al Sessantotto gli esiti di oggi, come fa un
vasto fronte reazionario in tutto l'Occidente, ma anche senza esentarlo
da una riflessione critica sulla distinzione allora mancata fra lotta al
potere autoritario e svuotamento dell'autorità simbolica.
L'altro, più urgente, è
capire come si rapporti a questo nodo lo scenario politico di oggi. Non
si sfugge infatti all'impressione di essere di fronte a una sorta di
bizzarra divisione del lavoro: che cioè a una destra che occupa il campo
del desiderio svuotandolo della sua forza creativa e riducendolo a
godimento mortifero, si contrapponga una sinistra che occupa il campo
della Legge svuotandola della sua forza simbolica e riducendola a puro
richiamo normativo. Godimento senza legge da una parte, norma senza
desiderio dall'altra; illegalità come programma da una parte, legalità
come parola d'ordine dall'altra: il gioco politico pare inchiodato
precisamente su questo nodo. E non pare promettere a breve un cambio
d'egemonia: finché la sinistra contrappone solo un ideale normativo a
una destra che elargisce godimento a buon mercato, e finché tenta di
riportare al dover essere della legge un Capo che gode e fa godere della
sua trasgressione, si sa come va a finire la partita.
Che tuttavia non è
tutta giocata, precisamente perché non è tutta in mano al gioco
politico. Qui ha ragione De Rita a rivendicare il suo ottimismo, con
l'occhio del sociologo abituato a leggere le trasformazioni che
procedono sotto e nonostante la crosta del politico; ma sbaglia a
volerle necessariamente incardinare su figure a venire, che d'altronde
non vede all'orizzonte. Non è al futuro infatti che bisogna guardare ma
al presente, dentro tutto quello che non è dominato dalla pulsione di
morte, dal godimento dell'oggetto e dal discorso del capitalista che
Recalcati mette a fuoco: non solo pratiche di resistenza, ma invenzione
di forme di relazione, mediazione, regolazione e autorizzazione che non
sottostanno alla "sregolazione pulsionale" dominante ma nemmeno si
costituiscono in legge o vi si sottopongono. Quello che in campo
femminista è stato detto sull'ordine simbolico della madre, inteso non
come una legge sostitutiva e simmetrica a quella del padre ma come un
principio generatore di forme sociali già attivo nella crisi del
patriarcato, è un tassello indispensabile per riuscire a vedere che il
tempo della "evaporazione del padre" non ci consegna necessariamente
alla pulsione di morte.
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