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Il coraggio
di finire
Il gruppo del mercoledì: Fulvia
Bandoli, Maria Luisa Boccia, Elettra Deiana, Laura Gallucci, Letizia Paolozzi,
Isabella Peretti, Bianca Pomeranzi, Bia Sarasini, Rosetta Stella, Stefania
Vulterini – Marzo 2009, Roma
Abbiamo
cominciato a riunirci il mercoledì, prima della caduta del governo Prodi, quando
non era ancora del tutto implosa la politica dei partiti della sinistra.
Avvertivamo tutte, al di là delle diverse esperienze e del diverso
coinvolgimento in quella vicenda, il bisogno di uno scambio su quello che da
tempo ci sembrava evidente: una perdita di senso e di funzione della sinistra,
all’interno di una più generale crisi della politica. Una perdita forse
irrimediabile. Che si manifestava nella ripetizione di tutti i vizi che l’hanno
portata allo schianto elettorale, dalle pratiche asfittiche ed autoreferenziali,
all’ abuso di parole troppo lise per comunicare e convincere . A questa
situazione abbiamo guardato con “attenzione amorevole”.
Aver visto
prima il vuoto di pensiero e la distanza dall’esperienza, averne scritto e
parlato in testi ed incontri, non ci ha reso più allegre, forse più lucide. Non
ci ha evitato, comunque, di girare a vuoto anche noi. Finché ne abbiamo parlato
a partire dalle cronache politiche, o perfino dai percorsi di alcune di noi
all’interno di questa o quella organizzazione. Discussioni anche interessanti,
ma che non ci appassionavano.
Poi è
accaduto uno scarto. Siamo ri-partite da quello che stava accadendo ad alcune di
noi: l’invecchiamento, le malattie, la fine di persone care. Abbiamo tutte
esperienza del peso e della sofferenza che può suscitare la fine della vita. E
abbiamo bisogno di dare parola a questa esperienza. A cosa accade ai corpi nel
morire. Forte bisogno, comune, anche se in modi e per motivi diversi. Ci siamo
chieste se vi sono modi di accompagnare chi ci è caro, o di essere noi stesse
accompagnate, ad “una buona fine”. Forse no. Ma anche se la fine non può essere
buona, bisogna assumerla comunque. E’ un modo di riconoscere la finitezza, il
limite, l’usura del corpo.
Restano – non
è una consolazione ma una eredità – le relazioni. La politica delle donne di
questo parla. E’ questo il filo di continuità tra il nostro gruppo e il
femminismo. E’ sulla possibilità di mettere le relazioni al centro della
politica che vogliamo lavorare, creare incontri e scambi con uomini e donne.
“Questo
gruppo, ha scritto una di noi, insieme ad un mio personale percorso di
riflessione, mi ha dato più pazienza e più fiducia nello stare in questa
sospensione, per recuperare piano, più che il fare compulsivo, uno stare nel
presente, con tutti i limiti, ma comunque stare, nel sostenere e partecipare di
uno scambio con le altre e con la realtà, che restituisce fiducia a se stesse e
dà fiducia al pensare e fare comune, un fare che ha un valore in sé prima che
negli obiettivi da raggiungere, che perlomeno, “sopporta” anche il “negativo”
inteso in senso fotografico come pellicola ancora da sviluppare”.
La questione
politica della fine della vita
Questo ha
suscitato in noi un coinvolgimento vivo sulla questione politica della fine
della vita. Da mesi presente nelle cronache di giornali e istituzioni sul
cosiddetto “caso Englaro”. Che abbiamo però sottratto alla complicata e astratta
discussione bioetica, su legge o no, su chi decide, su cos’è accanimento
terapeutico, cosa terapia, cosa vita, quando si è morti o no, ecc, ecc. La legge
ci sembra un modo solo per coprire un vuoto di senso, e, al contempo,
esorcizzare la paura della morte. Tenere in vita Eluana, ad ogni costo, sarebbe
stato un modo per negare non tanto la morte, ma la perdita di senso che questi
nuovi modi di morire, queste inedite condizioni dei corpi, ci presentano. Nel
corso di due generazioni si è allungata di un paio di decenni la speranza di
vita e la scienza promette di allungarla ancora. Le tecniche fecondano e
conservano embrioni, combinano e sostituiscano organi, producono la vita
vegetativa. Sono nuove possibilità, nuove condizioni dei corpi, nuove forme di
biopotere. Alimentate tutte dalla paura della morte, dalla promessa se non di
sconfiggerla,almeno di allontanarla.
Ma così si
perde la capacità di vivere e dare senso non solo alla morte, ma alla fine.
Nella quotidianità, nei cambiamenti dei corpi e nelle relazioni. Delle singole
vite, come delle esperienze. Dei corpi, come delle forme di vita collettiva. E’
sempre più difficile saper convivere con la morte. E saper quindi compiere quel
mutamento esistenziale che ogni fine, a noi vicina, comporta. E sempre meno
accettiamo di fare esperienza del lutto, della necessità di prendere congedo. Di
attraversare il dolore che ogni cesura, tanto più se inevitabile, comporta. La
morte da esperienza individuale si trasforma così in un rimosso della coscienza
collettiva. Lavorare su quel rimosso è una parte essenziale della politica,
perché è essenziale per la convivenza.
Sui corpi si
esercita da sempre potere
Il potere ha
tante facce. Da quella della sovranità politica, a quella dell’intervento
tecnologico, a quella del controllo e disciplinamento , a quella dell’autorità
del sapere, religioso o scientifico. Le norme e regole sono sempre più
dettagliate ed invasive Modellano, o pretendono di farlo, non solo scelte e
comportamenti, ma emozioni e sentimenti, l’immagine e la carne di cui i corpi
sono fatti. Il corpo è oggetto privilegiato della contemporaneità: da tenere
sotto controllo, addomesticare, subordinare, sfruttare, mettere a valore
nell’organizzazione sociale ed economica; da scandagliare, sezionare, scrutare,
definire, regolare nella vita individuale. Il corpo biologico, il corpo-natura è
da sempre femminile. Innanzitutto, aborto e procreazione artificiale. Ma anche
stupro e violenza sessuale. Il corpo è il banco di prova e misura dell’esercizio
di un potere invasivo sulle vite degli altri, di un parossismo ideologico a
disporre della vita, trafugando i corpi, violando principi costituzionali e
sentenze, crocefiggendo i sentimenti più intimi delle persone in nome della
“difesa della vita”. Di nuovo la difesa della vita si afferma contro le vite. .
Gli ottocentomila morti per fame ogni giorno, il milione e mezzo di bambini che
muoiono ogni anno di morbillo, quelli uccisi dall’AIDS, quelli che scompaiono
durante le lunghe e inumane migrazioni, i morti per le guerre, le vittime per la
violenza. Per noi non sono solo numeri, sebbene impressionanti. “Resti”, senza
voce e senza volto. Spesso l’affermazione della propria vita è fatta sulla vita
altrui. Quella del proprio stile di vita contro gli altri stili di vita.
Dalla fine
del corpo alla fine della sinistra
Dal bisogno
di nominare la fine dei corpi, abbiamo preso consapevolezza del bisogno,
altrettanto forte, di nominare la fine nella politica. Senza produrre analogie o
addirittura assimilazioni schematiche. Sarebbe anche questo un modo di mettere
un tappo al vuoto di senso. Il rinvio dal corpo alla politica, dal fine vita
alla fine di forme della politica è stato repentino. Ci ha fatto capire perché
giravamo a vuoto. Senza afferrare il nesso tra la nostra esperienza viva di
politica ed il discorso politico e sulla politica. Perché anche noi restavamo
incagliate nel “discorso ” pre-costituito che è quello pubblico, dei giornali e
delle sedi politiche. Un effluvio di parole che assorda senza riempire il vuoto
di senso. Proprio come nel discorso della bioetica, attorno al corpo di Eluana.
Nella
politica delle donne abbiamo sempre cercato di tenere insieme politica e vita.
Mettendo in luce i nessi non solo sul piano dell’esperienza, ma su quello
simbolico. Riattraversare la fine può rivelarsi così una sorta di educazione
sentimentale. Un’educazione al dolore, alla rabbia, al coraggio. Sono sentimenti
che accomunano l’una e l’altra fine. Dolore e rabbia per l’impotenza che la fine
costringe a vivere. Coraggio necessario a riconoscerla, a trarne misura nel fare
e nel pensiero.
Di pensiero
sulla fine abbiamo bisogno per guardare con dolore e senso di responsabilità,
come si fa con il corpo amato, a quel sedimento di idee e di storie della
sinistra, che è oggi segnato dalla fine. Per non restare imprigionati/e nella
conservazione. E, viceversa, saper metterne a frutto la ricchezza, separandosi
da ciò che è finito, compiuto definitivamente.
Se si vuole
ricominciare
Non è
automatico ricominciare, non sempre è possibile, ma se si ha voglia di
ricominciare bisogna congedarsi, per evitare gli ingombri che ci impediscono di
vedere e capire il presente (dimensione spaziale) o ci costringono alla rapidità
vuota e illusoria della serie fine- nuovi inizi (dimensione temporale). Per noi
nominare la fine è un modo per non restare bloccate nella sua morsa, per
sottrarsi alla ripetizione, e non affidarsi all’illusione del nuovo inizio
(anche questo un rito ripetuto) del fare, guardando sempre avanti, in positivo.
Come se non
ci fossero lutti e perdite. Ma anche resistenze, attaccamenti che tolgono
libertà, vincolano rispetto all’inedito che la fine porta con sé. E che sgomenta
più della perdita Succede invece che l’incapacità di pensare le cose che
finiscono, determina, come abbiamo detto, da un lato l’accanimento terapeutico e
dall’altro l’esercizio di potere su una politica sfarinata.
La crisi
della politica mima le crisi del corpo fisico. Conosce l’alternarsi di bulimia e
anoressia: eccesso di parole, di concetti, di invenzioni verbali e disseccamento
delle radici sociali, delle pratiche comunicative, degli scambi di senso e di
riconoscimento. Cupio dissolvi e vocazione suicidaria nella riproposizione
all’infinito dei modi e delle logiche che hanno portato al disastro. Accanimento
terapeutico diretto a rinverdire simboli e riferimenti ormai in declino, che
hanno dato un giorno forza all’impresa e che si spera possano tornare a essere
quello che sono stati.
Nel
femminismo abbiamo tempestivamente visto e nominato i danni del prometeismo. Di
quel peculiare accanimento maschile che li spinge a tenere in vita vegetativa
imprese collettive. Le istituzioni, le prassi, i codici di una politica non più
viva, non più feconda. Perché non nutre le esperienze, non le cambia, non offre
significato.
Gli uomini
fanno fatica a prendere le distanze dalle organizzazioni - partiti, gruppi,
associazioni- che hanno costruito. Non riescono a separarsene. L’ansia per il
declino di un partito si traduce nell’invocare un leader, così come la
leadership dovrebbe supplire alla crisi dell’ autorità patriarcale. Nella realtà
i gruppi dirigenti maschili, a sinistra soprattutto, non solo non hanno
autorità, ma sono un ostacolo per affrontarla: occupano quella funzione, ma non
la incarnano. . Nell’infinita transizione italiana è tutto un fare e disfare
partiti, coalizioni, sistemi elettorali. Un chiudere ed aprire fasi e cicli
senza mai fermarsi a prendere atto di ciò che è davvero finito, morto, dentro
questo inesausto adoperarsi per dar vita al nuovo. Ed è malamente morto, senza
ottenere degna sepoltura, anche a causa di questo accanimento.
Non è forse
vero che in tal modo è stata sottratta a molti e molte la perdita? Che non
riescono ad assumerne consapevolezza? Di conseguenza non sanno più di cosa
patiscono la mancanza, di cosa hanno desiderio o bisogno e di cosa possono
invece fare a meno?
Si può
accettare il vuoto e l’impotenza. Fa soffrire. Ma questo può essere, una
condizione attiva, non solo passiva. Patire è radice di passione. Attiva
desiderio. Muove dall’impotenza che avvertiamo verso… un bisogno di dare senso a
quel patire, prima ancora che verso qualcosa che lo risolve. (Come se, di nuovo,
il movimento fosse solo e sempre da negativo a positivo). Ma non bisogna avere
fretta di colmare il vuoto, di azzerare la sofferenza con la rimozione. Ignorare
la fine ci fa perdere l’opportunità di portare con noi ciò che è importante di
questa fine e che probabilmente ci sarebbe utile per ricominciare.
La democrazia
a rischio
Democrazia è
una parola a rischio. Per la sua intrinseca ambivalenza. Come sistema politico
ha fatto spazio alle differenze, alla pluralità delle esperienze e dei punti di
vista. Come forma del potere politico si è costituita come luogo terzo rispetto
alle differenti posizioni, ai partiti, ai conflitti, alle soggettività. Nessuno,
né individuo né gruppo può coincidere con il potere democratico, identificarsi
con esso, incarnarne l’autorità, il punto di vista. Sta qui un vero e proprio
ribaltamento: dal doppio corpo del re al vuoto di corpi, di soggetti incarnati.
Dall’autorità del sovrano che è “sopra la legge” (come tale garantisce l’ordine,
non solo sociale, mondano, ma simbolico, trascendente) al potere e alle funzioni
dei governanti. Che possono essere arbitrari e autoritari ma non per questo sono
meno provvisori. Anche per i governati, noi singoli e singole la democrazia è
parola ambivalente. A rischio. Per un verso abbiamo potere su noi stessi, è la
libertà individuale, garantita come diritti. Per altro verso ognuno deve
vedersela da sé, sta per conto suo, ha i fatti suoi. La democrazia insomma, come
luogo terzo rende più difficile mettere al centro della politica e della vita le
relazioni. Questo produce un ricorso ossessivo alla legge. Ci si appella alla
legge per paura delle relazioni, come se la legge potesse colmare il vuoto di
legami, l’assenza di una dimensione condivisa nell’ esistenza e nel pensiero.
Vorremmo
ripensare la democrazia, non come luogo terzo, non come potere neutro del
decisore, ma come convivenza tra differenti, spazio di relazioni e mediazioni,
del loro intrecciarsi con l’agire collettivo Spesso nei gruppi politici si
verifica uno slittamento dalla politica dell’esperienza ( con i suoi bisogni,
con i corpi, le condizioni di dipendenza, i desideri, le aspirazioni, i legami e
le relazioni) alla politica dell’immaginario ( soluzioni tecnologiche, norme,
rituali organizzativi, delega alle istituzioni e ai leader, appello alla legge).
Questo accade
quando non vi è consapevolezza che anche le istituzioni umane, tutto ciò che è
costruito è contingente, finito. La sinistra ha affrontato il suo declino come
se fosse, per natura, necessaria, insostituibile. Hanno preso il sopravvento la
rimozione e l’ attaccamento. L’una o l’altro, o meglio miscele, diverse, tra i
due. Attaccamento come ripetizione, inconsapevole per lo più, del passato,
rappresentazione mitica di ciò che è stato, suo ritorno parodistico, diffuso
affidarsi ai meccanismi e ai dispositivi sperimentati. Soprattutto c’è stato un
uso del sentimento affettivo diffuso, del senso comune e della tradizione.
Rimozione come rito dell’innovazione, ricorso al lifting piuttosto che
costruzione di un altro ordine di senso e di esperienza.
Il coraggio
di finire
Non vediamo
modo di ricominciare se non si ha il coraggio di finire. Di nuovo c’è un nesso
con la questione del fine vita. Con il modo in cui è stata malamente
rappresentata nella vicenda Englaro.
In questi
anni le donne hanno chiuso diverse esperienze, diversi gruppi, associazioni. Da
Emily ad A/Matrix, a Balena. Prima era avvenuto con lo scioglimento dell’Udi,
con la chiusura di “Reti”, con l’esaurirsi del “centro Virginia Woolf”. Sono
quelle che conosciamo più da vicino. Gli uomini invece se chiudono
un’esperienza, fanno finire un partito o un gruppo e per rifarlo. Magari per
moltiplicarlo, dividendosi in due o tre sotto-gruppi. Forse perché il
significato della parola “fine” si intreccia troppo con quello di “fallimento”.
Forse perché hanno paura di invecchiare – anche noi, ma diversamente da loro – e
provano a mantenersi giovani, ripetendo il rito del nuovo inizio. Come nella
vita, cambiano partner.
Noi vorremo
comunicare con loro, su cosa vuol dire avere coraggio di finire. Mantenendo
vive, ed allargando, le relazioni che abbiamo.

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