Un luogo creato dalle donne per le donne

 

 

 

 

 

 

Il desiderio che cambia la vita
Fiorella Cagnoni, Scuola Estiva della Differenza, Lecce 3  settembre 2009

 Mi sento io a scuola, anche oggi che sono al di qua – o al di là – della cattedra. Non soltanto perché questa Scuola della Differenza di Lecce ha ai miei occhi il proprio pregio principale in un’espressione storica e simbolica di scambio fra donne più che di pallida accademia. Espressione che Marisa Forcina sa ribadire subito se necessario, sempre, con redini garbate ma molto ferme. Ma anche, soprattutto, oggi, perché quello che dirò è quello che io ho capito e imparato da donne che l’hanno detto prima e meglio di me, da donne che hanno aperto l’orizzonte del mio intendere la vita, la politica, l’esperienza.
            Da cui ho imparato a voler vivere una vita che mi riguardi, in ogni momento.
            Perciò sottopongo alla vostra intelligenza un compendio – come un minimo riassunto in prosa – di un pensiero molto grande, e lo farò con richiami continui alle donne di cui sono orgogliosamente discepola.
            Prima fra tutte Luisa Muraro.
           E Lia Cigarini, Ida Dominijanni, Letizia Paolozzi, le donne della Libreria di Milano, Franca Chiaromonte che del desiderare è maestra, Chiara Zamboni, le donne di Diotima fra cui Wanda Tommasi che è qui, – per ricordare quelle che sento vicine sempre a me.
           E Marisa Forcina, che qui a Lecce mi ha offerto e mi offre una modalità di relazione che mi fa sempre crescere.
           So di avere un debito con queste donne, e con altre, - un debito enorme, simile a quello con la mia ex analista, un debito inestinguibile. E so che questo debito è la cosa più bella che mi è capitata.
           Poco dopo che entrambe ci eravamo davvero felicemente beate leggendo e ragionando sull’ultimo libro di Luisa Muraro, Al mercato della felicità – La forza irrinunciabile del desiderio, Marisa Forcina m’ha proposto di pensare a questo incontro lanciandomene – come una provocazione amichevole – il titolo: Il desiderio che cambia la vita.
             E da Luisa Muraro prendo parole e pensiero.
             Il desiderio che cambia la vita. Sono sei parole che già dicono tutto, a chi abbia conoscenza d’amore. E di fiducia, e di bontà.
             Dicono tutto alle donne che praticano la politica del desiderio – nel senso indicato da Lia Cigarini nel suo libro omonimo. Cigarini ha scritto come millenni di dominio maschile della vita sociale, politica, del linguaggio e di molto immaginario, abbiano reso davvero difficile per una donna, che è stata sempre definita "in rapporto" a o "in negazione" del simbolico maschile, capire quale sia, a livello profondo e simbolico, il suo vero desiderio. Anche la frequente situazione di scarsa autostima, che ha impedito e ancora impedisce a molte donne di crescere e realizzarsi nel quotidiano, deve essere affrontata da questo punto di vista.
              E’ un passaggio molto importante per me.
            Spiega bene Lia Cigarini che non bastano allora le politiche rivolte alla partecipazione, le quote, le battaglie per i diritti, non bastano, sono troppo poco - perché non affrontano il vero desiderio femminile.
             Come si fa, allora? Con l'analisi, per ricostruire la storia personale e soprattutto il rapporto con la madre, che tra altre prerogative ha quella d’essere l'ultima portatrice del desiderio rimosso; e poi con il confronto leale con le altre donne, per recuperare la storia comune e non rinchiudere il cammino di crescita di ciascuna in una strada soltanto individuale; e poi con la critica dell'istituzione, del linguaggio, dell'immagine, della comunicazione, del potere che perpetuano un simbolico repressivo. Per avere davanti un modello diverso di desiderio femminile, dove trovare un movimento in positivo e a cui potersi riferire con fiducia piena. Dove creare relazione al posto di individualismo. Dove creare relazione al posto di identità.
              Per gli uomini – dice sempre Lia Cigarini - la politica è convinzione etica oppure perseguimento del potere. Per le donne invece la politica è creazione di contesti, è dare le cose buone che si possono assaporare, perché non ci sia spreco di sofferenze, ma invece anzi più agio, e più piacere. La politica delle donne è – e questo è un altro punto importante da acquisire - più ricerca del modo di rendere possibili le cose che non risultati concreti. E’ appunto la politica del desiderio. In questa ottica allora le azioni di cui parlava ieri Wanda Tommasi diventano segni e insieme strumenti non soltanto di resistenza ma di libertà. Chi vede questo è molto più ottimista di chi non lo vede.
             Anche dicono molto, queste sei parole – il desiderio che cambia la vita - a chi, come ci ha spiegato stamattina suor Luciana, sappia e soprattutto desideri ascoltare la vita. O a chi abbia – perdonate la mia sfacciata presunzione nel dirlo - desiderio di dio.
             E queste sei parole - Il desiderio che cambia la vita - molto dicono anche a chi abbia pratica analitica, e dunque sappia che desiderare è più importante dell’oggetto del desiderio o del raggiungimento del desiderio. Come ha detto la psicoanalista Manuela Fraire, “La cosa importante non è il desiderio di qualcosa, ma il rapporto e la trasformazione di sé che si opera per via del desiderio.”
            Però, appunto desiderare per sé. A partire da sé, seguendo la pratica originaria, antica e sempre efficace, con cui è iniziato il femminismo che viviamo.
            Intendiamoci, infatti. Io per esempio – e credo tutte, tutti, ne abbiamo esperienza - ho sempre desiderato, da quando ho memoria di me. Ho desiderato donne e uomini, - uomini meno spesso, ma questo è ora forse secondario, – ho desiderato successo nel mio lavoro, una bicicletta, una casa particolare, fare ordine anche dolorosamente nei rapporti, ho desiderato una certa automobile, ho desiderato la rivoluzione e il comunismo, a volte ho desiderato denaro, o successo nel mio piacere dello scrivere. E ciascuno di questi desideri ha trasformato un po’ o anche più di un po’ la mia vita, ognuno a modo suo. Con traslochi, scommesse, fughe, ritorni, dislocazioni… Credo che questo discorso suoni familiare, dunque preferisco non cedere alla naturale tentazione di divagare su quali voglie, fantasie, ambizioni, - e in che modo - abbiano talvolta trasformato le mie certezze, o mi abbiano chiesto di riorganizzare molti assetti.
             E poi ad un certo punto – dopo inciampi e trascuratezze che hanno causato dolore anche, ad altre ad altri e a me – ad un certo punto grazie all’analisi e al confronto leale con altre donne l’orizzonte ha cominciato a sgombrarsi dai desideri deboli, suscitati da altre o altri, superficiali, pensati da altri, mi vien quasi da dire ideologici.
              Perché ci sono due tipi, di desiderio.
              Uno cambia certe organizzazioni della vita. L’altro cambia la vita.
             E allora, pensando anche con le donne che ho incontrate in queste settimane estive, donne in arrivo da tutta Italia, alla Masseria Le Sciare per le vacanze, mi sono fatta un ritratto del desiderio che cambia la vita. Una specie di profilo. Perché in queste settimane un mio desiderio è trovare una misura vitale per me e comprensibile per voi, di dire, di mettere in comune. E’ un desiderio forte, ma non è detto che sia realizzabile. Dunque un profilo mi è arrivato come una mediazione soddisfacente. Una specie di identikit, efficace espressione per una come me che scrive libri gialli.
              Il desiderio che cambia la vita pretende una consapevolezza energica ma rilassata dei propri desideri. Sembra un gioco di parole ma è sostanza. Il desiderio che cambia la vita non chiede autorizzazioni o permessi, non si nutre di legittimazione altrui, non domanda difesa pubblica. Il desiderio che cambia la vita non cede ai surrogati che ci vengono proposti di continuo; e non segue mai le pensate di altri.
              Vive anche quando è al di fuori della nostra apparente portata. Questo è un altro punto importante da acquisire. Il desiderio che cambia la vita non interpreta la propria inadeguatezza come una smentita svilente. Non è proporzionato al possibile, al reale. Non fa i conti preventivi con l’apparente realtà. Possiamo dire che è indifferente al reale. Ma la realtà non è indifferente al desiderio che cambia la vita.
             Come ha scritto Luisa Muraro “il reale non è indifferente al desiderio e non assiste indifferente alla passione del desiderare, nonostante ci capiti spesso di fare l’esperienza di una loro apparente, reciproca, terribile, estraneità. Esperienza che sopportiamo male se non capiamo quello che essa significa: non è un invito alla moderazione, né alla rinuncia rassegnata,“ è una spinta “alla contrattazione instancabile, sempre rilanciata, dalla quale usciremo tanto più guadagnanti quanto più avremo rincarato sul desiderio, perché niente di niente ci è dato di essere senza andare al mercato in prima persona.”
             E al mercato capita che il nostro desiderio sproporzionato sia incompreso, frainteso, sbeffeggiato, aggredito. Ma siccome non vive di conferme esterne, non si modera nemmeno dopo le esperienze più terribili.
             Il desiderio che cambia la vita sa di mirare ad un guadagno di essere. A un di più di essere. “Non evita i confini, nemmeno si attrezza per andarci, spostarli o spezzarli”: il desiderio che cambia la vita, dice Luisa Muraro, “punta nudo e crudo verso l’oltre e l’altro”. In questo senso seguire la forza irrinunciabile del desiderio non è un libretto di istruzioni per femministe storiche, è buona cosa – molto buona cosa – per tutte le donne ma anche per gli uomini che vogliano intenderlo.
            Quando si è detto che il patriarcato è finito – intendendo l’ordine simbolico patriarcale, le sue colonne portanti valide proprio soprattutto per gli uomini, oggi siamo piuttosto in un regime di fratria, di bande di fratelli l’un contro l’altro armato – si è detto che gli uomini più delle donne, che avevamo niente da perdere, hanno smarrito quell’ordine simbolico. Ma anche agli uomini è possibile ritrovare il bandolo della loro matassa se si renderanno conto e quanto più si renderanno conto che devono disfare i loro ordini di pensiero. E che il pensiero della differenza sessuale è buono anche per loro. Ha scritto Angela Putino: quello che accade con il femminismo “è una giustizia limpida, chiara: è che ogni donna pensa.” E ha aggiunto, questo è il punto più significativo, “ciò che pensa una donna è pensiero e non interesse di parte.” Il che, se siamo e rimaniamo in una reale politica delle conseguenze, vuol dire anche che “ciò che lei pensa è pensiero per tutti.”
             Ed è un pensiero che ci rende tutte filosofe, nel momento in cui lo accogliamo per quello che è.
              Il desiderio che cambia la vita riceve direzione dal sentimento, che credo peraltro sia presente nella maggioranza delle donne, che l'essere donna “è un titolo di umanità cui non manca nulla, neanche l'apertura all'assoluto.” Quello che è stato fino a ieri causa di discriminazione, "è una donna," sta diventando un titolo di eccellenza.
              Il desiderio che cambia la vita è un impegno a scoprire in me, nelle altre, nella realtà storica, la grandezza femminile e affermarla qui e ora, subito, con i mezzi che abbiamo. “Alzando il cielo e allargando l'orizzonte”, dice Luisa Muraro.
              Il desiderio che cambia la vita è nutrito dalla società femminile, che non c’era e adesso c’è; senza società femminile non esiste libertà per le donne, come insegna la storia e come il femminismo ricorda. Quella società femminile, nata con il movimento femminista, che – dice sempre Muraro – “ci rende più intelligenti di quello che eravamo senza società femminile”.
            
Lo stare tra donne “è come galleggiare su un mare di emozioni profonde e oscure. Se frequenti le tue simili per scelta, o se ne fai una scelta, è un'esperienza che vale la pena di essere vissuta, non ci si annoia mai, come capita invece con gli uomini, che sono creature interessanti ma più semplici. Ci sono due versanti dello stare tra donne. C'è quello della tradizionale complicità femminile, per cui ci aiutiamo, ci capiamo, ci intendiamo al volo a volte, e lì si incontra solidarietà e generosità, qualche volta si ride, qualche volta si piange e si affrontano insieme le difficoltà della vita. L'altro versante è quello delle situazioni nuove in cui ci ritroviamo sempre più numerose, in un mondo che è stato disegnato da uomini e dove la presenza di molte donne non era prevista. Su questo versante le cose a volte diventano difficili, e allora si cade in preda a emozioni elementari, come l'ansia, la diffidenza o l'invidia, con più frequenza quando si è tese alla propria autoaffermazione. Naturalmente, se si condivide un progetto che cambia lo stato delle cose, se si ha pratica di un agire relazionale, questo aiuta ad affrontare le difficoltà dei rapporti con altre donne, anzi a viverle come occasioni per irrobustire sé stesse e far nascere società femminile.”
                Però certo, su questo versante, capita a volte che una si ritrovi sfiduciata – come se lo scacco rendesse invalido il proprio desiderio. Mi capita di ascoltare donne più giovani di me, o anche no, lamentare rovesci personali, nel mondo del lavoro soprattutto, conflitti fra donne, ottusità degli uomini – tutto questo diventa per loro segno di fine, di fine della strada e di fallimento del proprio desiderio. Segnale di fallimento del femminismo, addirittura. Si dimentica in quei casi che come non dobbiamo mai accettare discussioni astratte – come bene ci ha spiegato ieri Chiara Zamboni dandoci un’indicazione di pratica che accetto e di cui la ringrazio – non dobbiamo mai nemmeno tralasciare la nostra risorsa principale. Che è la narrazione, è il racconto dell’esperienza, con la fiducia che questo aiuta a trovare mediazioni.
               E’ su questo versante che spesso viene rimproverato al femminismo un evitamento della politica. E’ un giudizio superficiale, di chi tende a confondere la politica con il potere. Giacché il femminismo “è visceralmente politico”. E invece le difficoltà e gli apparenti fallimenti, guardare ai quali ahimè impedisce oltre a tutto di guardare invece ai successi, e al buono che c’è, - queste difficoltà ci sono perché in un mondo che è molto cambiato – che la politica delle donne, il pensiero e la pratica delle donne ha cambiato, in meglio - non ci sono ancora tutte le necessarie mediazioni. E’ un lavoro da fare, il lavoro che dobbiamo fare, e un lavoro mai concluso. Forse come la ricerca scientifica…
             Il desiderio che cambia la vita non si contenta di cercare colpe difetti ed errori fuori di sé, guarda piuttosto dentro di sé, e guarda a quel che ci accade con fiducia.
             Il desiderio che cambia la vita guarda agli eventuali sbagli propri e delle altre con la certezza che la relazione possa trovarne l’origine e la riparazione. Che il nostro pensare in presenza come dice Zamboni – il nostro pensare insieme con reciproca fiducia come sempre ci sollecita a ricordare Forcina - ci ha fatto, ci fa, e dunque ci farà trovare le mediazioni che ancora non ci sono.
           La parola fiducia l’ho ripetuta varie volte. E’ un’altra questione importantissima. Ma la fiducia che ogni creatura ha nella propria madre e ogni madre nella propria creatura è facile da perdere, facciamo esperienza della possibilità di quella perdita. E come facciamo allora ad avere fiducia, nelle donne e negli uomini che la meritano, come facciamo ad avere fiducia invece di affidarci al potere? Dove la troviamo, la fiducia che abbiamo perduta?
              In questi ultimi dieci giorni alla Masseria Le Sciare sono nati un puledro e quindici cucciole e cuccioli di due delle nostre cane, pastore tedesche. Perciò siamo state immerse – oltre che in placente – in una grande produzione di oxitocina. L’oxitocina è un ormone elaborato dall’ipotalamo nell’ultimo periodo della gravidanza. Me l’ha spiegato Sylvie Coyaud che raccontava anche di certi piccoli roditori che vivono nel Nord America e sono speciali perché non soltanto le madri ma anche i padri, che infatti si occupano della cura e dello svezzamento dei piccoli e delle piccole, producono oxitocina. Sylvie Coyaud, che è una giornalista scientifica che si occupa di lucciole e di stelle, ci ha detto che certi recenti studi scientifici avrebbero dimostrato che l’oxitocina è responsabile per esempio della capacità di empatia e di comprensione dello stato d'animo altrui e di un migliore rapporto con sé e con gli altri, oltre che un agente biologico dell'innamoramento, e – questo ci interessa – è relazionata con fenomeni di stima ed autostima incrementati. Per dirlo con parole davvero semplici, l’oxitocina è l’ormone del legame – innanzitutto fra madre e creatura.
              E allora certi industriali – della Verolabs - hanno pensato di vendere dei flaconi spray, contenenti oxitocina. Li hanno chiamati Liquid Trust, Fiducia Liquida, e li spacciano per il prodotto che ci farebbe guadagnare la stima degli altri, delle altre. Utile perciò nelle intenzioni dei furbastri per vendere magari porta a porta, così reclamizzano lo spray: adatto per singles, per rappresentanti, manager e dipendenti. Comprate fiducia a 29,95 $ l’oncia.
               La fiducia però non si trova in natura, e certo non è un bene da comprare in un flacone spray. E’ un bene di natura simbolica, come la dignità propria e altrui, come il rispetto delle persone inermi, come la bontà, come l’autorità riconosciuta anche e soprattutto in assenza di potere.
              Scrive Luisa Muraro che la fiducia somiglia a quei beni immateriali, come l’acqua dolce e la nostra salute, che si producono da sé a certe condizioni di cui nessuno è padrone, ma di cui noi siamo parte oltre che beneficiari e beneficiarie. E aggiunge che la fiducia ha una sua speciale caratteristica. Per istaurarsi le è specialmente indispensabile la mediazione vivente, ossia che gli interessati siano in presenza fisica, corporea, dell’altro: corpi viventi che si parlano e si modificano nello stare in presenza reciproca. E ancora sottolinea che nel circolo virtuoso in cui si produce la fiducia possiamo scorgere la figura di quel che si chiama “ordine simbolico” e al tempo stesso abbiamo una misura per la bontà delle nostre costruzioni politiche e delle nostre imprese.
              
Dunque, come la madre è stata per ogni uno e ogni una la prima mediazione vivente della fiducia reciproca, così noi possiamo trovare altre mediazioni viventi che ci restituiscano quel bene immateriale e indispensabile che è la fiducia reciproca.
               Il desiderio che cambia la vita guarda il mondo e quel che ci accade con il sentimento che chi cerca il buono, lo trova. Si può forse nominarlo con varie parole, questo desiderio. Armonia, pace, consapevolezza. Nessuna però mi soddisfa.
              Mi soddisfa sapere, e concludo, che il desiderio che cambia la vita sa sempre che, come ha scritto Iris Murdoch, chi guarda il mondo con gli occhi illuminati dall’amore per il bene, trova il bene.