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La
gentilezza è un distillato
Luisa Muraro, 12 novembre 2010 (Metro)
Per chi vuole
coltivare in sé e intorno a sé la gentilezza, questi sono tempi eroici.
A formare una
persona gentile contribuiscono il suo temperamento, l'educazione
ricevuta e la cultura circostante: nella nostra società non mancano
persone spontaneamente inclini alla gentilezza così come non manca
l'educazione di base nelle famiglie e nelle scuole, ma è franata la
cultura sociale.
Le nemiche della
gentilezza, villania e volgarità, trionfano sulla scena sociale. Non è
colpa di nessuno, le cose sono andate così. Tutti invocano un po' di
gentilezza, pochi la offrono.
D'altra parte, non
si può comprarla (quella che si compra è finta). Si riceve in regalo e
si ricambia. Si può anche cercare di produrla in proprio e offrirla a
chi non la conosce. È contagiosa, ma meno delle sue nemiche.
Come posso insegnare
la gentilezza ai miei alunni, mi ha chiesto una prof. Come si insegna
un'arte marziale, le ho risposto: le mosse giuste, il senso della
misura, la nobiltà d'animo; alle alunne, insegna a non imitare i villani
e a coltivare la differenza femminile insieme alla forza: nessuno si
permetta di crederle deboli perché gentili, tutto al contrario.
Confesso che,
personalmente, non sono sempre gentile con le persone che conosco: con
queste esprimo a volte la violenza congenita che ho dentro, fidando nel
nostro rapporto. In compenso, sono gentile con le persone sconosciute in
cui ci si imbatte nel caotico mondo di oggi.
Dicono che per
essere gentili ci vorrebbe del tempo e noi non ne abbiamo, io mi sono
specializzata in una gentilezza mordi e fuggi: un sorriso e uno sguardo
d'intesa, a chi? A un essere umano.
Quello che propongo
non è certo un buon esempio, ma un'idea: concediamo alle nostre vite e
alle nostre città il lusso di essere ogni tanto gentili per la pura
gioia di esserlo.
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