L’altro ieri

La mistica cristiana Antoinette Bourignon nacque il 13 (o l’11) dicembre (o gennaio) del 1616 a Lilla, nella Francia settentrionale. Già da giovane Antoinette ebbe crisi mistiche ma la sua famiglia, non in grado di capirne le esigenze spirituali, ostacolò il suo desiderio di entrare in convento, combinandole invece un matrimonio con un ricco mercante.

Piuttosto che adeguarsi a questo programma Antoinette – vestita soltanto con un saio da lei stessa cucito – una notte fuggì, disdegnando perfino di prender una moneta per comprare il pane perché, si racconta, una voce interiore le aveva detto: “Dov’è la tua fede?… In una monetina?”

In seguito lavorò in un convento, e fu incaricata di gestire un orfanotrofio – dal 1653 al 1662.
Ma dal 1662, uscendo dai canali ufficiali del Cristianesimo (cattolico o protestante che fosse), fondò un proprio movimento mistico di tipo quietista ante litteram, convinta di essere lei stessa la donna rivestita di sole (Apocalisse 12).

Viaggiò tra Francia, Belgio e Olanda, portandosi appresso una piccola stamperia con la quale produceva dépliants che descrivevano la sua personale esperienza di Dio. Per lei la religione era una faccenda di emozioni interne, non di dottrina e di ritualità.
Ebbe particolare successo in Olanda dove nel 1667 raccolse, soprattutto ad Amsterdam, un gruppo di seguaci e dove fondò una comunità religiosa.

Antoinette morì il 30 ottobre 1680 a Franeker, nella Frisia occidentale. Le sue idee furono in seguito condannate sia dai protestanti sia dalla Chiesa cattolica, che consentì se ne parlasse come di una strega e ne inserì gli scritti nell’Index librorum prohibitorum, il famigerato Indice istituito da papa Paolo IV nel 1557.

In Olanda, intorno al 1673, tre donne viaggiatore che arrivavano dal sud dell’Italia incontrarono Antoinette.
Si chiamavano Armella, Basilia, Cesara: figlie di ricchi mercanti imparentati con gli aragonesi, viaggiavano per conoscere il mondo e studiare le lingue. Ferventi religiose, si erano avvicinate in patria alle Badesse Mitrate di Conversano [1], ma il singolare potere di quelle benedettine non corrispondeva alle loro aspirazioni, il duro conflitto delle Mitrate con i vescovi non essendo coerente con la purezza delle visioni mistiche di cui le tre italiane erano state protagoniste. In Antoinette, nella sua dottrina, videro quella che definirono la luce della vita femminile. Tornate a Lecce nel 1681, si stabilirono nelle campagne melendugnesi, al limitare d’una pineta sul mare, in una masseria fortificata parzialmente distrutta. Altre donne si unirono a loro, e si fondò una comunità di preghiera e di lavoro.

Additate al pubblico disprezzo come streghe, e sorvegliate dalla Chiesa romana, decisero di chiamarsi proprio Sciare. Streghe.
Seguivano uno stile di vita legato al raccoglimento, alla meditazione, al silenzio, ma anche a molteplici attività.
Di assistenza, alle donne malate, povere, orfane.
Di impegno manuale: coltivando orti e frutteti, intagliando e intarsiando legno, eseguendo lavori di calzoleria, di tessitura, di muratura.
Di affari intellettuali: traducendo le opere di Antoinette e delle sue adepte, facendo conoscere la cultura e i saperi delle donne. Come dicevano le Sciare, diffondendo la luce della gioia nella vita femminile. Studiarono la vita e le opere di grandi donne del passato: della regina Eyleuka (nota anche come Dalukaha) di Etiopia, vissuta fra il 4530 e il 3240 a.C.; della regina Ku-Baba Azag-bau di Kis, in Irak, fondatora della III dinastia, che regnò per cento anni intorno al 2500 a.C. e fu poi deificata nel nord dell’Iraq come la dea Kubaba. Di Queen Camilla of Lathium, capa di una tribù britannica intorno al 1200 a.C. Della regina Hypsipyle di Lemnos, l’isola greca in cui fino a poco prima del 500 a.C. vivevano e regnavano soltanto donne, in una comunità autosufficiente. E di Aspasia, Diotima, Ipazia. Di Larthia Seianti, signora della città stato di Caere in Etruria. Di Maria d’Enghien, naturalmente, la contessa di Lecce e poi regina di Napoli vissuta soltanto due secoli prima di loro e al cui nome è legato il Codice Statuta et Capitula Florentissimae Civitatis Litii contenente discipline in materia di dazi, ordine pubblico, giustizia. E di altre donne regine o cape tribù in Sudan, in Egitto, Siria, Messico, Guatemala, Etiopia, Cina, Giappone… Donne sulle cui tracce le Sciare cercavano la memoria e i segni dell’autorità femminile.

Oltre a rendere abitabili gli edifici della masseria, crearono un grande frutteto. Coltivarono un bellissimo giardino con pergole, nicchie, sentieri, vasi, sedili, gazebo, scale, abbeveratoi e voliere; seminarono hamamelis, calicanto, piante odorose, ortaggi e verdure. Resero fertile tutto il terreno disponibile, usarono entrambi i pozzi presenti e su entrambi posero un’iscrizione che diceva: “Questa è l’architettura della soglia tra il mondo terreno e il mondo sotterraneo. Anche chi ama la luce lo ricordi. La soglia tra il mondo terreno e il mondo sovrastante è in ogni gesto che compiamo”.

Costruirono una torre colombara, e tre cappelle per il raccoglimento – una a est, verso il mare, per la mattina; una a sud per le meditazioni del mezzogiorno e una a ovest, in pineta, per la contemplazione nell’ora del tramonto.
Inserirono nella fortificazione due fontane, quattro fontanelle da muro e svariati giochi di acque fra i torrentelli che servivano da irrigazione, oltre ad un piccolo laghetto a nord ovest – e tutta quell’acqua ben presto attirò uccelli sia migratori sia stanziali, piccoli rettili, rane (che insieme ai pesci eliminavano le larve di zanzare), salamandre, chiocciole di terra e di acqua, lucertole, gechi, lumache.

Avevano un pollaio, e anatre, oche, pavoni, colombe, caprette e pecore, un’asina, un cane, due cavalle murgesi.
Soprattutto riuscirono a popolare il terreno di molte specie di animali meno addomesticati: dagli scoiattoli ai tassi, ai ricci, alle cicogne… E le farfalle. Farfalle a migliaia, colorate gialle farfalle.

La loro eresia consisteva in sostanza nell’attribuire al femminile un’essenza divina, un’apertura all’infinito. Esse non volevano acquisire il potere del clero, né intendevano ingaggiare una lotta contro il papa. Volevano praticare una vita di grande spiritualità, vivere in una comunità muliebre ispirata alla percezione del divino nelle donne, i cui gesti e le cui imprese – non la loro lotta per il potere – avrebbero potuto [2] segnare il mondo.

L’autorità nel gruppo iniziale fu riconosciuta soprattutto a Cesara. Le si attribuivano un maggiore sapere, una maggiore conoscenza dei propri limiti e delle proprie aspettative, una maggiore decisionalità senza sventatezze. Cesara raccolse e scrisse la regola di quella comunità autosufficiente, ordinando i ritmi delle giornate, i consigli per mantenersi vicine alla luce del Bene, gli ammaestramenti, le indicazioni relative all’abbigliamento e ai costumi preferiti. Le esercitazioni per avvicinarsi alla propria morte con armonia e fiducia. Intitolò questo canone La Persistenza della Memoria.

Gli effetti della svalutazione monetaria cinquecentesca e le difficoltà di remunerazione del capitale liquido collocato a censo bollare [3] consigliarono ad un certo punto a chi aveva denaro il ritorno alla terra come bene rifugio – per la capacità della terra di sottrarre i capitali alle turbolenze economiche. Anche attorno alla Masseria delle Sciare si muovono perciò interessi potenti, ma potente è pure la famiglia d’origine di Basilia. Alla quale arriva un’assai cospicua eredità, con cui le Sciare regolarizzano nel 1694 l’acquisto della proprietà. Grande deve essere stata la loro felicità per quell’atto che garantiva la vita della loro comunità e del luogo che avevano scelto. Stabilirono che la proprietà sarebbe stata man mano ereditata dalla Sciara più giovane fra quelle che componevano il Consiglio della Luce, la struttura che si erano date per prendere decisioni collettive.

Per quasi centodieci anni molte donne vissero e lavorarono nella Masseria delle Sciare, rispettando i modi di vita stabiliti dalle tre fondatore di quella comunità che non divenne mai un ordine monastico, fu sempre osteggiata dalla Chiesa e dai potenti, ma sempre anche luogo straordinario di quiete di scambio e di esperienze per le donne.

Attorno al 1786 (o 1787) l’eresia delle Sciare ha improvvisamente termine, e non ci sono documenti che permettano di capirne le ragioni. Si sa che nel 1790 la proprietà è ceduta da una donna – forse sorella dell’ultima Sciara erede – per mille e duecento ducati ad un certo Giovanni Saverio dell’Abate, la cui famiglia si estinse a metà dell’Ottocento.

Da allora la proprietà passa a varie famiglie di agricoltori, che coltivano il terreno e ogni volta cambiano il nome alla masseria. Si registrano anche lunghi periodi in cui i fabbricati, la terra, la pineta, sono lasciati incustoditi e disabitati. Nel corso del 1900 infine la proprietà è ceduta dalla famiglia Fatano alla famiglia Turi, che però non vi si trasferisce.

La masseria rimane abbandonata, benché sia utile a molte famiglie di melendugnesi che la usano per gigantesche e collettive feste di Pasquetta, e a uomini e donne che ne percorrono la pineta per fare jogging. E nel luglio del 1992 qualche decina di ragazzi e ragazze entrano nella tenuta derelitta e danno vita ad un’esperienza al di fuori dei circuiti estivi puramente turistici: con la musica dei Sud Sound System, fra buon reggae e i suoi punti di contatto con la pizzica e la taranta salentine, per alcune estati la masseria è luogo di vacanza per molti gruppi di giovani, che la riempiono di disegni, colorati graffiti, scritte variopinte.

Si chiama Masseria Nova ma tutti e tutte la conoscono come La Mantagnata – che vuol dire località protetta, rifugio, zona di quiete.

Ieri

La tenuta è ormai in uno stato di dissesto e di degrado quando Giovanna Foglia, insieme a Fiorella Cagnoni, la compra e ne trasferisce la nuda proprietà al Trust Nel Nome della Donna.

«Quando l’abbiamo vista la prima volta, a fine agosto del 2005, eravamo con Rosamaria [4], che per giorni ci aveva con pazienza accompagnate in giro per tutto il Salento nella nostra ricerca di una casa. Saremmo ripartite quella sera stessa per Milano, e nonostante com’è ovvio sapessimo che saremmo potute tornare, eravamo tutte e tre un po’ deluse che tanto impegno, tanto girare, tante visite, scarpinate, telefonate, appuntamenti… non stessero sortendo l’esito sperato. Siamo arrivate in auto seguendo Clara e Franco, i due collaboratori di un certo ingegner Rugge il cui nome ci aveva suggerito l’amica Luciana Mosca e che risultava esser l’autorità in fatto di restauro di antiche masserie. Erano le tre di un pomeriggio caldo. Il cancello sulla strada provinciale era chiuso con un lucchetto ma in uno stato cadente. Sulle due colonne laterali c’era scritto da una parte Masseria Nova e dall’altra Placitelli. Il viale d’ingresso era ingombrato da un grosso pino caduto, così abbiamo lasciato le auto e ci siamo incamminate verso le case. Dietro di noi il mare era calmo, azzurro, pulito. E la luce si era fatta quasi rosa, contrastata nel verde appassionato dei pini. Rosamaria ha detto: “Sembra l’Appia antica!” E anche noi stavamo trattenendo il respiro. Qualcosa di silenzioso e però pieno di vita, quell’aria tiepida ma effervescente, i decrepiti e sbrecciati muretti a secco che ci facevano da ali come una secolare passerella, e la luce speciale, e la gradazione accesa del verde dei prati, i colori struggenti delle due cadenti costruzioni – l’insieme aveva davvero cambiato il ritmo delle nostre percezioni. Mentre visitavamo la masseria lunga – come poi per mesi abbiamo chiamata l’attuale Foresteria – ci siamo guardate e ognuna ha visto nello sguardo dell’altra quel particolare bagliore della condivisione d’un entusiasmo. Giovanna ha sorriso felice e io ho battuto le mani. Perché entrambe avevamo riconosciuto con gli occhi del desiderio un possibile futuro di quegli spazi, e una nostra possibile vita a venire.» (Fiorella)

«Mentre tornavamo a Milano cercavo di calmare la mia eccitazione, oscillante fra due punti opposti. Il prezzo era alto, molto alto, ben maggiore delle nostre intenzioni iniziali. Il posto però era davvero bellissimo. Vicino alla spiaggia, come lo volevo. Grande, come lo volevo. Ma non troppo grande, come altri che avevamo visitato. C’era la terra e c’era la storia, e c’era il mare, con una baia che davvero non aveva niente da invidiare ai Caraibi. Non avevo nessuna idea su come ristrutturare gli spazi. Il desiderio era chiaro, le idee meno. L’indomani Franco ci ha mandato le informazioni richieste durante la visita, qualche fotografia aerea, una mappa dettagliata. E Fiore dopo un po’ ha tirato fuori da una delle sue cartellette – ordinata, com’è ordinata! – una fotografia aerea della mia casa di Xpu-Ha, in Messico. E m’ha detto “Guarda, sono uguali. La baia, la spiaggia: uguali.” Era vero. Ci abbiamo pensato su, in quei quattro o cinque giorni. Ragionando e ragionando. Finché una notte, come spesso m’è accaduto nella vita, ho avuto la visione della masseria restaurata: ho visto l’unione fra le due case, un legame di vento, di archi, di spazio. Ho visto la piantina delle case. All’alba mi sono messa a disegnare e quando Fiore si è alzata le ho detto con sicurezza definitiva che in fondo sì era caro ma costava metà del prezzo a cui in Messico vendevano un terreno pari a un terzo della nostra pineta, no? E che avevo visto come potevamo restaurare e unire gli spazi, e che in fondo i soldi ce li avevamo, e le ho mostrato i disegni e… Fiore era già convinta da prima. M’ha persino rassicurata: non stavamo facendo passi più lunghi delle gambe. In quel momento abbiamo deciso che l’avremmo comprata, e abbiamo subito avvisata Rosamaria. La sera stessa abbiamo stabilito che l’avremmo subito ceduta al Trust. E poi abbiamo stappato una delle nostre rare bottiglie di champagne.» (Giovanna)

Le amiche di Lecce confermano che l’ingegner Antonio Rugge è il più esperto e il più affidabile artefice di importanti restauri di masserie. Speriamo che lo voglia fare, augura Luciana.

Antonio Rugge si rivela essere non soltanto un professionista assai competente ma soprattutto un gentiluomo colto e affabile, consapevole della differenza sessuale; in totale sintonia si cominciano ad elaborare i progetti.

Giovanna disegna e immagina recuperi e spazi. Antonio supervisiona gli aspetti tecnici, suggerendo articolazioni, impedisce eventuali alterazioni, – oltre a procurare le maestranze, guidate da Mastro Lucio Greco, di Specchia. Suo padre è stato il costruttore del campanile della chiesa, di Specchia, e lui è uno straordinario cavaliere di nobili sentimenti ed eccezionale garbo, erede d’una dinastia che da secoli costruisce volte e archi nelle chiese e nelle case salentine.. Fiorella inizia a ideare e preparare gli arredi, i tessuti, i colori, i dettagli.

E così parte il progetto che abbiamo chiamato La persistenza della Memoria.

I lavori di restauro cominciano nel dicembre 2005, con interventi a sostegno e nutrizione dei muri e delle volte più danneggiati dalle intemperie e dai decenni. Il primo compito su cui si concorda è garantire la riconoscibilità tipologica del luogo. Si opera dunque un restauro conservativo, di attento ripristino dell’autonomia funzionale della Masseria, evitando sia l’aggiunta di altri corpi isolati sia percorsi estranei alla composizione dei tracciati già segnati. Parte integrante del progetto conservativo sono stati gli elementi naturali (alberi, siepi, macchia mediterranea) e i manufatti (muretti a secco, vasche, cisterne, pile, viali, colonne) che concorrono alla formazione dell’unità ambientale ed autonoma della Masseria.

Si mantiene l’articolazione degli edifici scongiurando accorpamenti, e nel rispetto dell’impianto strutturale esistente si evitano alterazioni dello schema e dei criteri. Perciò si conservano [5] le quote d’imposta delle volte, in senso volumetrico–compositivo e non soltanto dal punto di vista geometrico. L’impegno principale è la salvaguardia dei caratteri architettonici e costruttivi dell’edilizia rurale (parametri e corpi murari, volte, eccetera) come obiettivo primario degli interventi di conservazione, insieme al rispetto dei caratteri tipologici. Caratteri che sono testimonianza di un ricco patrimonio storico di tecniche esecutive e di modalità di lavorazione; perciò si è privilegiato il loro mantenimento in situ, unitamente al loro recupero, attraverso interventi compatibili con il rispetto di quelle tecniche e di quelle modalità. L’assoluta attenzione ai requisiti relativi alla salvaguardia dei caratteri architettonici e costruttivi è stata garantita, oltre che da una pratica di cantiere non distruttiva, da una continua verifica del loro incrocio con quelli relativi alla resistenza strutturale, al benessere, e alla compatibilità architettonica e tecnico-gestionale delle reti impiantistiche.

Il materiale soprattutto usato è il tufo [6]. Questa pietra, tuttora uno dei principali materiali da costruzione, veniva utilizzata per le fondazioni, per le murature in elevazione, per gli elementi decorativi, e per le coperture a volta. In particolare la leggerezza e la speciale lavorabilità con mezzi manuali del tufo hanno contribuito al recupero delle volte leccesi e alla realizzazione degli archi che caratterizzano la Masseria.

Un altro materiale assai usato è stato il marmo, primo fra tutti il marmo leccese per i pavimenti. Ne La Fonte, il Boquira per il camino e la testata nella camera da letto, il Giallo di Siena per i tavolini del salone e l’Acquabianca di Carrara nel bagno. E poi ancora l’Apricena di Puglia per la fontana al limitare del Bersò degli Archi.

Il portale d’ingresso alla fortificazione, gli archivolti, i ruderi della pagghiara [7] contornati dai due ulivi, i pozzi, le pile, altri oggetti scolpiti come la fontana, i muretti a secco, le nicchie, sono gli elementi architettonici di completamento, conservati in situ e restaurati o ripristinati come testimonianze di un processo di stratificazione di linguaggi e di tradizioni che fanno parte della storia del luogo e, in quanto tali, integranti del complessivo processo di recupero.

La realizzazione delle urbanizzazioni primarie ha teso a coordinare le esigenzedei diversi enti erogatori di servizi con l’obiettivo di privilegiare soluzioni che consentissero il più possibile alloggiamenti unificati, anche attraverso la creazione di cunicoli continui, ispezionabili, sottostanti la sede stradale, dove è previsto il passaggio delle diverse reti.

Dalla vecchia torre dell’acqua è stata ricavata la Torretta Margherita – che prende il nome dall’amica Margherita Tosi, prima ospite de Le Sciare appena iniziato il restauro – conservandone misure e forma ma rendendola abitabile e inserendovi porte e una finestra di pregio oltre alla merlatura del tetto, per sottolinearne il carattere di parte integrante della struttura d’insieme. Dal primo piano, la Torretta Margherita è un osservatorio privilegiato, un faro di terra.

Sono stati inseriti, in spazi adatti a non turbare mai le prospettive panoramiche, pannelli solari per la produzione di acqua calda, e pannelli fotovoltaici per la produzione di energia elettrica.

Il restauro conservativo è un lavoro continuo, fatto di dettagli e di particolari che nel corso del tempo ritrovano i propri spazi e la propria funzione. Non è un lavoro a termine.

Oggi

Le Sciare è tornata ad essere una masseria vivibile con agio. Una azienda agricola con edifici abitabili, una zona campeggio, vari giardini, un agrumeto, un orto, un frutteto, una piscina riscaldata, il Bersò degli Archi, una pineta percorribile, un laghetto, una buca da golf…

Alle Sciare vivono Giovanna Foglia, Fiorella Cagnoni, Lucilla Pagnani.

Numerose donne – italiane e non – sono legate alle Sciare, e alcune già ragionano sulla possibilità di trasferirsi a vivere qui, nel progetto che chiamiamo Nel Nome dell’Età.

La Masseria oggi comprende La Fonte, in cui vivono Giovanna e Lucilla; Il Bosco, che è la casa di Fiorella; la Foresteria, sei soluzioni abitative per le/gli ospiti; la Torretta Margherita, e la Roulotte dei Banani – sempre per ospiti.

C’è una vasta area per campeggiare, chiamata Nel Nome della Tenda – nella zona della pineta verso ovest.

I giardini sono state arricchiti con esemplari di Lagestroemia, Chiclas, Aloe, Lavanda, Rose Bicolor, Rotern Stern e Ballerina; Eugenia, Canna Indica, Ibiscus, Abulia, Magnolia, Solano, Strelitzia, Banano, Cocus Nociferus… Palme washingtoniane, yucche, agavi accompagnano e temperano qua e là la predominanza dei pini.

Nel frutteto sono stati collocati peri, cotogni, carrubi, vite, giuggioli, sorbi, nespoli, melograni, fichi, mandorli, ciliegi, meli, peschi. Nell’agrumeto insieme ad aranci e pompelmi trovano posto anche le erbe odorose. Nell’orto si coltivano pomodori, basilico, melanzane, zucchine, fave, insalate, piselli…

Nel Bersò degli Archi le rampicanti sono Caprifoglio, Gelsomino Bianco, Rhyncospermum, Bignonia, Rose del tipo Madame Alfred Carriere e Alberic Barbier, Solanum, Passiflora…

La buca da golf è un par 3 con diverse partenze, un green ben tenuto, bunkers e laghetto con fontana zampillante.

Nella pineta vivono varie specie di uccelli, e ci sono pesci e rane nel laghetto. Da lì parte una rete idrica che percorre tutta la pineta e che, grazie a bocchette d’acqua ogni trenta metri, garantisce interventi immediati nel malaugurato caso di incendi.

Nella pineta sono stati ricavati percorsi e piccole piazzole d’arrivo, che consentono passeggiate di varia lunghezza [8].

Ci sono numerosi animali. Cavalle e cavalli, cane e cani di razza pastora tedesca – la cui capostipite è Naomi dell’Isola di Megaride detta Lola (o Mrs. Dalloway) – galline e galli, capre e un capro, anatre e oche.

Facciamo formaggi di capra, conserve, marmellate, gelatine, abbiamo uova fresche, ortaggi, frutta, verdura…

E, a proposito di animali: sono tornate le farfalle gialle, alle Sciare.

Domani

La Masseria Le Sciare è già di proprietà (nuda proprietà, in termini legali) del Trust Nel Nome della Donna.

Finché saranno in vita Giovanna Foglia e Fiorella Cagnoni, loro due ne avranno piena disponibilità e per questo si sono assunte tutti gli oneri, ed eventualmente gli onori. La loro idea è di vivere e avviarsi alla vecchiaia con altre donne in questo spazio, nel progetto chiamato Nel Nome dell’Età.

Dopo, Le Sciare resterà un luogo di vita e di vacanze per donne gestito direttamente dal Trust.

______________________________________________________________________

NOTE

[1] Il Monastero di san Benedetto è una testimonianza storica artistica e religiosa di grande rilievo per Conversano. Secondo un’antica tradizione la sua datazione risalirebbe al VI secolo. Il Cenobio godette fin da subito di svariati benefici e nel 1110 acquisì il titolo di Abbazia Nullius, conferitogli dal papa Pasquale II, che concesse ai monaci il diritto di eleggere il proprio abate. Dopo una serie di vicissitudini poco chiarite dai documenti, nel 1222 il monastero passò sotto la tutela diretta di Federico II di Svevia, ma continuò in ogni modo ad essere retto dai monaci benedettini. Nel 1226 arrivarono dalla Grecia alcune monache circestensi, guidate da Dameta Paleologo – forse imparentata con la famiglia reale di Costantinopoli, forse sorella di Michele VIII. A Dameta, che godeva anche dei favori del re Carlo d’Angiò, il cardinale Rodolfo affidò il controllo del monastero. Nel 1267 Gregorio X le concesse le insegne vescovili, la mitra (il copricapo liturgico con due strisce che ricadono sul collo, confezionato in tessuto pregiato e adorno di ricami e pietre preziose), il pastorale e l’obbedienza di tutto il clero di Castellana. Dameta e le sue sorelle divennero così Abbatissae Infulatae – Badesse Mitrate. Da quel momento le Badesse Mitrate di Conversano esercitarono la giurisdizione vescovile sul clero, gestirono un grandissimo potere economico, e godettero dell’onore del baciamano – eccezionale se attribuito a una donna. A Dameta Paleologo, che fu la prima Abbadessa a governare, succedettero Isabella (1271-1296), Adelina (1296-1315)… Maria d’Angiò (1326-1341), Francesca d’Enghien, sorella di Maria Contessa di Lecce (1396-1446)… (L’elenco completo delle Abbadesse Mitrate si può vedere, in inglese, all’indirizzo web: http://www.guide2womenleaders.com/italy_ecclesiastical.htm). Per quasi seicento anni la presenza di Badesse provenienti dai più nobili casati conversanesi consentì al Monastero di accumulare una sorprendente ricchezza patrimoniale, della quale restano pochi oggetti. (Oggi il Monastero è sede del Museo Civico). I rapporti fra le Badesse e i vescovi di Conversano – che vedevano limitati i propri poteri ed erano naturalmente sostenuti dai preti di Castellana – furono fin da subito molto conflittuali. Il potere delle Badesse Mitrate derivava le proprie origini dalla potestà suprema e universale di governo del Pontefice, ed era limitato soltanto dalle norme del diritto naturale e positivo divino. Si trattò di un potere sul quale teologi e canonisti discussero a lungo e animatamente, per decidere se si trattasse di giurisdizione, se questa andasse interpretata in senso stretto o in senso largo, o si dovesse piuttosto parlare di potestà dominativa. Le controversie giurisdizionali cominciarono già nel 1267, e si inasprirono nel 1274 con il conflitto fra il vescovo Stefano il Venerabile e l’Abbadessa Isabella. Particolarmente vivaci furono anche quelle degli anni 1659 e 1665, delle quali fu protagonista il calabrese Giuseppe Palermo, vescovo di Conversano dal 1658 al 1670, cui poco mancò fosse tolta la vita per mano di “un’alta ed oscura potenza.” Recenti ricerche effettuate sulle lotte a difesa del proprio potere da parte di Abbadesse e Vescovi, hanno rintracciato nell’Archivio di Stato di Roma il Fondo Cartari-Febei, in cui sono raccolte molte lettere del vescovo Giuseppe Palermo. In queste lettere – oltre alla luce fatta sull’identità dell’oscura e alta potenza individuata nella famiglia Acquaviva d’Aragona e in particolare in Isabella Filomarino, la cosiddetta “aspide di Puglia” – si trovano esatte informazioni sulle “fiere persecuzioni e minacce” che costrinsero il vescovo “per aver salva la vita a rifugiarsi in un vile abituro di un povero contadino.” La situazione di conflitto ebbe momenti di quiete e di recrudescenza, ma alla fine furono i vescovi a vincere – quando nel 1810 Gioacchino Murat (proprio lui, il figlio della rivoluzione francese) inviò a Monsignor Carelli vescovo di Conversano un dispaccio nel quale dichiarava l’abolizione del potere delle Abbadesse ed il passaggio del convento sotto il Vescovato. Con il Deleatur hoc monstrum Apuliae (Che questo Monstrum, come l’aveva definito lo storico Baronio, sia distrutto) di Murat, e con la Bolla De Ulteriori di papa Pio VII, i vescovi si impossessarono del glorioso monastero. Morte le ultime benedettine, il cenobio divenne proprietà del Comune di Conversano, che lo affidò prima alle suore di sant’Anna, nel 1910, e poi nel 1974 alle Apostole del Santo Rosario.

[2] E possono.

[3] In seguito alle politiche deflattive innescate dalla crisi del Seicento.

[4] L’amica Rosamaria Lettieri è una delle fondatore del Trust Nel Nome della Donna (vedi alla pagina web www.nelnomedelladonna.org/la%20squadra.htm)

[5] Tranne per una necessaria minima variazione nell’attuale studio de La Fonte.

[6] Denominato così in maniera impropria. Appartenente dal punto di vista geologico ai sedimenti delle calcareniti del Salento del plio-pleistocene di origine marina, formati da detriti rocciosi e organici e dunque porosi, leggeri, isolanti e di scarsa resistenza meccanica.

[7] La tecnica costruttiva a secco si è tramandata nei secoli senza avvertire mai le trasformazioni legate al fascino degli stili. Tra le più sacre testimonianze della civiltà contadina, di forma conica o quadrata, le costruzioni a secco (dette furni o pagghiare) rappresentano l’ultima fase dell’evoluzione della capanna preistorica. All’inizio la capanna era realizzata solo con rami e frasche; poi seguì una fase in cui furono realizzati il perimetro in pietra e la copertura con tronchi e frasche, per approdare poi ad un’ultima fase con costruzioni interamente in pietra. Si trovano nelle campagne salentine due tipi di furni: i semplici ripari per la pioggia o la calura estiva, che fungono anche da depositi per gli attrezzi agricoli; e i furni grandi o pagghiare – che servivano anche da abitazione. Nel primo caso le pietre vengono sistemate ad incastro formando delle circonferenze il cui raggio si restringe sempre più, fino a chiudere il trullo (truddhru) con una sola grande pietra (la chiànca). Nel caso dei furni grandi vengono realizzate due murature, una interna e una esterna, che creano così un’intercapedine colmata poi con pietrame e terra. In questo caso viene realizzata anche una scala esterna che porta al tetto, utilizzato per far essiccare al sole i prodotti della terra. L’ingresso ai furni è basso ed è l’elemento che ha maggiormente risentito di cambiamenti col passare del tempo: all’inizio si presentava con due elementi verticali come stipiti e uno orizzontale come architrave. Successivamente, quest’ultimo è stato sostituito prima da due blocchi monolitici che richiamano il triangolo di scarico, e poi da un piccolo arco.

[8]
1 Via Traversa
2 Vicolo Rondò
3 Foglia Avenue
4 Avenida de Las Hechiceras
5 Strada Maestra
6 Calle di Suami
7 Vialetto di Claire
8 Viottolo d’amore
9 Strada del Golf
10 Via di sud-est
11 Vicolo Primi Passi
12 Quant Promenade
13 Strada della Fortuna
14 Cammino di Maggio
15 Vicolo alla Torre
16 Passeggiata di Lola
A Sabba’s Place
B Piazzetta della Pace